“Attento che ti fai male!”

E’ questo probabilmente l’avviso più ricorrente che genitori, nonni ed educatrici della scuola materna mandano ai loro piccoli pupilli. In parte ciò è dovuto al fatto che molti bimbi sembrano sempre sul punto di cadere quando si muovono, in parte alla mancanza di senso del pericolo che molti dimostrano e, infine, alla semplice apprensione tipica di molti adulti. Ma serve mandare questi avvisi? Cosa succede nella testa del bambino per cui talvolta riconosce un pericolo e talvolta no?

Alcuni studi recenti della psicologa sperimentale della New York University Karen Adolph stanno incominciando a fare luce su questo specifico aspetto dello sviluppo motorio e cognitivo del bambino. In una recente visita fatta nel suo laboratorio abbiamo potuto vedere come questa grandissima ricercatrice americana ha affrontato il problema di analizzare le capacità di identificazione del pericolo nei bambini di 6-18 mesi. In pratica ha costruito delle pedane lungo cui i bambini potevano spostarsi gattonando o camminando richiamati dalla mamma seduta all’estremità opposta della pedana. Lungo il percorso la Adolph ha inserito un meccanismo per cui la pedana si apriva lasciando un vero e proprio buco di larghezza controllata. L’esperimento consisteva nell’osservare come il bambino si spostava e come si comportava davanti al buco, che poteva essere piccolo ma anche molto più grande.

I risultati sono stati stupefacenti per un doppio motivo! Innanzitutto, i bambini capivano che esisteva il pericolo di cadere giù nel buco solo se erano ben capaci di muoversi con la tecnica propria della loro età. In altre parole, i bambini di pochi mesi che si spostavano gattonando con difficoltà perché ancora agli inizi della loro esperienza motoria non si fermavano mai davanti al buco, anche se questo era sproporzionatamente ampio; quando erano diventati esperti gattonatori, capaci di muoversi sulla pedana veloci come dei furetti, diventavano invece molto cauti davanti al buco ed erano perfettamente capaci di capire quale era il limite massimo di dimensione che avrebbero potuto scavalcare senza problemi. Quindi la capacità di riconoscere il pericolo dipende dalla capacità motoria posseduta. In altre parole, la capacità di capire se salire su una scala a pioli può essere pericoloso non è una capacità innata, ma dipende da quanto bravo è il bambino ad arrampicarsi!

Ma il secondo risultato ottenuto dalla Adolph è ancora più stupefacente! Gli stessi bambini che, diventati esperti gattonatori, non cadevano più nel buco ritornavano ad essere incapaci di riconoscere il pericolo quando percorrevano la stessa pedana facendo i loro primi passi. Sono dovute passare alcune settimane e si è dovuto attendere che i bambini diventassero sicuri nel cammino per vederli fermarsi davanti al buco. Quindi la capacità di riconoscere il pericolo non è qualcosa che il bambino acquisisce con il crescere e che, una volta posseduta, viene applicata a tutte le situazioni. Questa capacità è legata al compito motorio da compiere. Quindi, il bambino che è diventato prudente perché ha imparato bene a salire sulla scala a pioli (in cui servono mani e piedi utilizzati in modo coordinato), probabilmente non coglierà il pericolo a cui è esposto le prime volte che si cimenta nell’andare sul sentiero accidentato in bicicletta (in cui serve soprattutto l’equilibrio).

Cosa fare alla luce di questi risultati? Smettere di urlare “Attento che ti fai male!” o urlarlo ancora più forte?

Sicuramente quello che l’adulto deve fare è procurare quante più esperienze motorie possibili per il proprio figlio/nipote/alunno, e creare le condizioni perché queste esperienze non siano isolate o saltuarie ma possano ripetersi e portare al consolidamento di una capacità motoria. Nel frattempo che il bimbo fa esperienza, invece di urlare inascoltati “al lupo, al lupo” ed invece di dargli la mano o tenergli il piede nell’inutile e dannoso tentativo di aiutarlo, l’adulto può essere d’aiuto trasmettendo al bambino tranquillità e mettendo nella condizione di poter essere pronto ad intervenire nel caso il bambino incorra in un errore o in un’imprudenza. Rispettare l’autonomia ma essere pronti ad intervenire nell’emergenza.