“Il Cambiamento Possibile. Comprendere e guidare il cambiamento nella società contemporanea” – Dott.ssa Letizia Ciancio

Scrivi all’esperto

Parlare del rapporto genitori figli è sempre una sfida, sia per la vastità dell’argomento che per la diversità d’analisi richiesta dai singoli casi. Oggi poi, dove alcuni elementi di questa complessa relazione sono visibilmente entrati in crisi, è ancora più difficile. Tuttavia, è una richiesta che in molti fanno, nel tentativo di rischiarare la nebbia che li avvolge nel percorso educativo, pertanto accolgo la sfida. Non tenterò comunque soluzioni prêt-à-porter, impossibili e inutili. Offrirò viceversa spunti di analisi, che facciano luce su alcune dinamiche sociali correlate all’instabilità del ruolo genitoriale oggi. Infine, offrirò qualche riflessione personale, che possa ispirarvi nel fronteggiare al meglio le sfide educative attuali.

In questa fase storica, possiamo tutti osservare una generale perdita di autorevolezza dei genitori sui figli soprattutto in adolescenza, dove questa peraltro si fa sempre più precoce: spesso mancano di rispetto, si mettono sullo stesso piano, considerano di avere più diritti che doveri. Certamente sono tratti tipici dell’età, ma oggi sono amplificati. D’altro canto, si sono indeboliti i confini generazionali, producendo una permeabilità difficile da gestire senza scivolare in pericolose inversioni di ruolo o collusioni. Accade infatti non di rado di osservare comportamenti da “adultescenti” nei genitori: presi dall’esaltazione dei social, passano il tempo a postare foto e video di ogni frammento di vita, per presentarsi al meglio nel rinnovato “mercato” virtuale delle relazioni e dimenticano di dedicare ascolto e attenzione in presenza. O peggio genitori-amici che, per avere il consenso dei figli (a causa della loro stessa insicurezza come genitori) o banalmente per non sentirli lamentare, li assecondano in tutto, non sanno dire di no, con l’unico risultato di crescere piccoli tiranni dispotici, egocentrici e manipolatori. In questo modo, peraltro, si frantumano le alleanze del mondo adulto, non solo quella tra genitori stessi ma soprattutto quella tra scuola e famiglia, in una sorta di tutti contro tutti che, a tutela dell’autostima individuale, danneggia esattamente coloro che avrebbero più bisogno di noi come mentori. La rabbia del piccolo o l’insulto del grande, infatti, anziché esser viste come implicite richieste d’aiuto tipiche dell’età, vengono vissute dall’adulto fragile come il fallimento integrale della propria missione educativa… Noi che avremmo voluto essere i migliori genitori al mondo, ci ritroviamo all’improvviso con degli estranei, provocatori e pretenziosi e non sappiamo gestire le emozioni che ne scaturiscono.

Allora, al di là dell’analisi sociologica del contesto in cui viviamo – liquido, accelerato e iperconnesso – il punto è anche questo: prima ogni genitore era sostenuto da un’infrastruttura esterna coerente al proprio sistema valoriale, attraverso altre “agenzie educative” (scuola e chiesa) che lavoravano in sinergia, in un contesto con perimetri di pertinenza di ogni attore e rispettivi ruoli sociali, nitidi e condivisi; oggi i confini si sono “ammorbiditi” al punto da confondersi l’uno nell’altro, i ruoli sono stati rivisti sulla scia dei macro cambiamenti sociali, il “campo visivo” si è esteso all’inverosimile ben oltre la propria cultura di appartenenza. Tutto ciò costituisce per noi un contesto troppo vasto per essere riferimento culturale e troppo accelerato per consentire un assestamento in corsa… ché magari, nella fretta di fare/dimostrare cose, siamo già andati a sbattere ripetutamente contro un muro. Allora si corre ai ripari, si tampona l’emergenza del momento e non si ragiona più in prospettiva, investendo su ciò in cui crediamo, sui valori che ritenevamo prioritari e che sul momento abbiamo dimenticato. Soprattutto, in emergenza facciamo per conto nostro, dimenticando la squadra, l’alleanza sociale tra i vari attori… e questo ci indebolisce isolandoci gli uni dagli altri.

La società attuale, quella in cui stanno crescendo i nostri figli, è carente di luoghi fisici di condivisione, di incontro e scontro, di lento conoscersi e assimilarsi; si preferiscono luoghi virtuali dove le esperienze si consumano più facilmente in un clic ma dove tale velocità rende difficile all’esperienza di trasformarsi in apprendimento, dunque crescita personale. Vero è che il criterio con cui i nostri figli vivono la dimensione virtuale non è come il nostro e a modo loro riescono a creare legami che ritengono solidi, sempre secondo il loro punto di vista. Fare un confronto è quasi impossibile, perché i parametri sono differenti. Per questo dobbiamo tornare ai dati di fatto e limitarci ai “fondamentali” educativi: i dati di fatto contestuali generati dalla rivoluzione digitale sono, per tutti, l’aumento della complessità (ci sono più soggetti /elementi all’interno del “sistema” e il perimetro si è allargato) e l’accelerazione dei processi. Il dato di fatto relazionale è la perdita di potere degli adulti verso i più giovani a ogni livello, sia esso affettivo o scolastico. Ciò che resta invariato viceversa, nonostante le apparenze, è il bisogno dei giovani di essere guidati, pertanto di avere confini chiari e adeguati all’interno dei quali esercitare il libero arbitrio, sapendo con esattezza ciò che è bene e ciò che è male, cos’è giusto e cos’è sbagliato e imparando sin da piccoli ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni, comprese quelle più dirompenti.

L’esperienza del LIMITE fa parte del bagaglio fondamentale dell’esperienza di crescita di ogni individuo, non solo perché ci pone di fronte ai nostri stessi limiti lasciando emergere chi siamo, ma anche perché forgia in noi la capacità di ATTENDERE e DESIDERARE, preludi essenziale per attivare passione e motivazione. Crescere significa confrontarsi con un contesto sempre più ampio e sempre più complesso, ma con gradualità, a mano a mano che si acquisiscono consapevolezza di sé, dei propri punti di forza e debolezza.  Oggi viceversa, accade spesso che, con l’alibi della “moda” o della necessità, si presenti ai figli una realtà troppo vasta e complessa per la loro portata, ad esempio esponendoli ad internet precocemente. Come risultato si generano confusione e insicurezza, che altrettanto spesso si traducono in comportamenti oppositivi. Questi però nascondono spesso un’implicita richiesta di richiamo all’ordine e rivelano quasi sempre il bisogno di ricevere una “sberla” educativa che li rimetta in pista.

Il problema dunque si sposta su due elementi: 1) definire, con chiarezza e in accordo tra genitori, l’ampiezza dei confini entro cui farli muovere, e le regole ad esso annesse, con tanto di premi e punizioni; 2) incarnare noi stessi ciò che vorremmo trasmetter loro. In pratica diventare noi stessi “testimoni” di come si possa stare al mondo conciliando passione e responsabilità, innovazione e tradizione, forza dei valori e flessibilità di vedute. E tutto ciò implica, oltre alle regole, un profondo lavoro di autoanalisi e un attento e costante lavoro su di sé come adulti, per continuare a crescere incessantemente assieme a loro, non considerandosi arrivati, ma solo un passetto più avanti, come è giusto che sia. Genitori e figli infatti, pur potendo sperimentare momenti di amicizia e complicità, dovrebbero restare sempre sui rispettivi piani di pertinenza, diversi per età anagrafica e per ruolo: i figli provocano per vedere dove sia il limite oltre cui non possono spingersi e se non gli diamo questo limite li rendiamo insicuri; noi dal canto nostro dobbiamo individuare il limite “giusto” in quella fase specifica, in base a carattere, età e contesto di riferimento; e dobbiamo anche essere ponti a rivederlo nel tempo in relazione ai cambiamenti occorsi.

In sintesi, il rapporto genitori figli oggi è messo in crisi da un conteso sociale radicalmente trasformato dalla rivoluzione digitale, che ha allargato il perimetro visuale e accelerato i processi oltre ai limiti della psiche. I genitori stessi, come individui intenti a (soprav)vivere e realizzarsi, traballano rimettendo in discussione identità, credenze e valori, mancando così di essere porti sicuri, pilastri di riferimento per i più giovani. Se a questo aggiungiamo le contingenze del momento, siano esse una pandemia o una crisi economica, capiamo bene che non ci sia nulla di sorprendente nell’essere in difficoltà. Ciò detto, pur essendo il mestiere di genitore notoriamente il più difficile, possiamo godere di quest’esperienza a pieni polmoni e con la dovuta leggerezza, se impariamo a spostare lo sguardo dal singolo dettaglio comportamentale a priorità educative più ampie e se cessiamo di cercare risposte e soluzioni universali, preferendo un lavoro che parta da noi stessi e da quanto è realisticamente in nostro potere fare.

Per fare questo dobbiamo tornare ai fondamentali: Si cresce “sani” solo all’interno di limiti ed è compito degli educatori definire questi limiti e farli rispettare; “compito” di bambin*/ragazz* è viceversa osare, trasgredire questi limiti per testarne la consistenza e – implicitamente – mettere alla prova sé stessi e l’amore dei genitori. Quello che conta non è tanto ciò che appare ma ciò che è: non perdiamo tempo ad apparire genitori perfetti o devoti, ma sforziamoci di crescere intimamente, incarnando autenticamente la possibilità di vivere con passione ma anche senso di responsabilità, con forza ma anche empatia. I figli oggi non hanno più bisogno di genitori-eroi da idealizzare, ma di “testimoni”, dove un testimone è molto più del classico “buon esempio”. Usando una metafora, potrei dire che il “buon esempio” sta al “testimone” come una torcia sta a un faro: una torcia, come un esempio genitoriale, illumina linearmente un percorso preciso: l’esperienza passata del genitore presa a modello. Questa rischia però di limitare la ricerca del proprio talento in una realtà tremendamente mutevole, plasmandosi sulla base delle aspettative altrui. Un faro viceversa, esprime una luce perimetrale, allarga il campo visivo permettendo di scorgere perlomeno l’avvio di differenti possibili strade, offrendo oltretutto un punto di riferimento orientativo a cui tornare in caso di smarrimento. Ecco, un genitore testimone è come un faro che rischiara tutt’intorno con la propria costante esperienza di vita nel presente, con il modo in cui affronta le difficoltà del momento in modo resiliente, trasformandole in occasioni di crescita continua e condivisione.

Non è facile nell’immediato, soprattutto per chi si è dedicato più a cercare modelli di riferimento accreditati, come “giacche” da indossare per recitar bene la parte (salvo poi conservare la propria vita tale e quale…). Ma a mio avviso è l’unico modo per “danzare” questa complessità preservando un giusto equilibrio e una sana flessibilità, all’interno di un chiaro perimetro di valori e regole che conferiscano ad ognuno – figli, madri, padri, educatori – il proprio ruolo e la propria funzione.

Nel contesto, inutile dirlo, di un imprescindibile lavoro di squadra.

Leggi tutti gli articoli della Dottoressa Ciancio nella sezione a lei dedicata

Letizia Ciancio è Dottoressa in Psicologia, Mindset Coach e Relatore Pubblico. Sui temi della contemporaneità ha pubblicato “Essere Padre, Essere Madre. Storia di un’avventura” (Armando Ed., 2015) e “Il cambiamento Possibile. Comprendere il Cambiamento nella società contemporanea” (Intrecci Ed., 2016). Da anni approfondisce i temi del Gender Mainstream e si batte per una partecipazione più attiva delle Donne nel mercato del lavoro e dei Padri nella condivisione dei compiti di cura e delle responsabilità genitoriali. È convinta infatti che per educare oggi, occorra spirito di squadra nella coppia e, soprattutto, occorra continuare a crescere come individui, sviluppando il proprio potenziale. Dopo varie esperienze in Italia e all’estero, vive a Roma con i suoi 3 figli.